Cosa c’è di vero nelle dichiarazioni di Di Maio sul TAP

Secondo il ministro dello Sviluppo economico il gasdotto sarà concluso perché altrimenti il governo dovrebbe pagare una penale nascosta, che però non esiste

Il ministro dello Sviluppo economico Luigi di Maio, il 27 ottobre 2018, a Scordia, in provincia di Catania (Pagina Facebook di Luigi Di Maio)
Il ministro dello Sviluppo economico Luigi di Maio, il 27 ottobre 2018, a Scordia, in provincia di Catania (Pagina Facebook di Luigi Di Maio)

Sabato, parlando con un gruppo di giornalisti, il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha detto che se il governo dovesse interrompere i lavori per la costruzione del Trans Adriatic Pipeline (TAP), il gasdotto che dall’Albania dovrebbe arrivare sulle coste pugliesi, dovrebbe pagare delle «penali per quasi 20 miliardi di euro». È per questa ragione, ha spiegato Di Maio, che il governo ha deciso di non ostacolare l’opera, nonostante durante la campagna elettorale il Movimento 5 Stelle avesse promesso di fermarla.

Come hanno spiegato Corriere della Sera, Repubblica e anche l’ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, però, la dichiarazione di Di Maio non è corretta. Il governo non dovrebbe pagare delle penali in caso di interruzione dei lavori del TAP, dato che l’infrastruttura non è un’opera pubblica. Gli unici eventuali costi che si troverebbe a dover sostenere sono le richieste di risarcimento delle aziende coinvolte nel progetto, come capita sempre in casi del genere.

Di Maio ha anche detto (come si sente in questo video pubblicato sulla sua pagina Facebook, dal minuto 3.12) che prima di diventare ministro non sapeva nulla delle presunte «penali» perché se ne parla su «carte» del ministero dello Sviluppo economico che non erano state mostrate ai parlamentari del Movimento 5 Stelle nella scorsa legislatura. Nessuna delle due dichiarazioni sembra corretta. Di Maio ha concluso dicendo che «non è che è più conveniente farlo, è che non ci sono alternative». Abbiamo messo insieme le informazioni da sapere sul gasdotto per spiegare bene perché Di Maio ha detto cose non vere.

Cos’è il TAP
Il TAP è un gasdotto progettato per portare in Europa il gas naturale estratto in Azerbaigian, diversificando l’approvvigionamento del continente che attualmente dipende in buona parte dalla Russia e dai gasdotti che attraversano l’Ucraina, un paese a dir poco instabile e parzialmente occupato proprio da milizie vicine alla Russia. Il percorso del gasdotto comincia alla frontiera tra Grecia e Turchia e dovrebbe arrivare in Italia passando per l’Albania, e attraversando il mare Adriatico. Solo 8,2 chilometri del totale di 870 del gasdotto dovrebbero passare sulla terraferma italiana; 105 invece sul fondale dell’Adriatico.

Al momento i lavori sono stati terminati per l’80,7 per cento del percorso e dovrebbero essere completati nel 2020. A occuparsi della costruzione è il consorzio svizzero TAP, i cui azionisti principali sono società che si occupano di distribuzione del gas, come ad esempio l’italiana SNAM.

Stato di avanzamento dei lavori del TAP alla fine di settembre 2018 (TAP)

Perché non ci sono penali né carte segrete
Il TAP è un’opera privata di interesse pubblico, non un’opera pubblica: perciò non c’è nessun contratto tra il consorzio TAP e lo stato italiano. Il TAP ha solo un contratto con le aziende che stanno materialmente costruendo il gasdotto, tra cui le italiane Saipem, Renco e Bonatti, e un altro, di durata venticinquennale, con le aziende come Enel, Edison ed Hera che hanno già acquistato il gas che arriverà dall’Azerbaigian. Non essendoci un contratto con lo stato, non possono esserci «penali» che lo stato dovrebbe pagare in caso di interruzione dei lavori.

Quello che lo stato dovrebbe pagare sarebbero probabilmente dei risarcimenti per danno emergente e lucro cessante alle aziende coinvolte nel progetto, dato che nel 2015 la costruzione del gasdotto era stata avallata dal ministero dello Sviluppo economico, all’epoca guidato da Federica Guidi. Delle probabili richieste di rimborso da parte delle aziende coinvolte si parla anche in una nota dello stesso ministero dello Sviluppo economico del 27 settembre scorso, scritta in risposta alle richieste dei comitati contrari alla costruzione del TAP; nella nota non si citano penali.

Un articolo di Repubblica fa notare peraltro che tutte queste cose erano note al pubblico – e quindi anche al Movimento 5 Stelle – anche prima dell’inizio dell’attuale legislatura, perché per l’approvazione della costruzione del gasdotto c’è stato un percorso che ha anche coinvolto il Parlamento. Nel gennaio 2014 fu approvato il Trattato Italia-Albania-Grecia che dava il via libera all’opera (il M5S votò contro), nel settembre dello stesso anno il ministero dell’Ambiente autorizzò la costruzione con un decreto e nel 2015 ci fu l’autorizzazione finale del ministero dello Sviluppo economico.

Ora i militanti del movimento No TAP chiedono le dimissioni dei parlamentari del Movimento 5 Stelle eletti in Salento. Calenda ha detto invece che dovrebbe essere Di Maio a dimettersi, in quanto ha giustificato «la sua promessa non mantenuta inventandosi una carta e delle penali».

Ok, ma da dove spuntano fuori i 20 miliardi di euro?
I 20 miliardi di euro citati da Di Maio non sono una penale, ma il risultato di una stima a spanne fatta dall’attuale sottosegretario allo Sviluppo economico Andrea Cioffi. Tiene conto innanzitutto del fatto che la realizzazione del TAP costa in tutto 4,5 miliardi, e che visto l’avanzamento dei lavori bisognerebbe risarcirne 3,5 alle aziende coinvolte. A questi 3,5 andrebbero aggiunti 11 miliardi di euro di danni dovuti alle mancate consegne di gas già prestabilite, e 7 miliardi di utili non ottenuti da TAP e dai produttori di gas azeri.